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OTT 2024

Spremitura

Tirato il vino, nel tino resta la roba. Bucce, vinaccioli, tutto quello che ha fatto il suo lavoro per diciotto giorni. Uno guarda e pensa: finito, si butta.

No. Lì dentro c’è ancora vino. Va solo convinto a uscire.

Quindi abbiamo fatto anche la spremitura.

Per spremere serve il torchio. Me l’ha prestato Rocco. Che se in questa storia serve qualcosa, un motozappa, una mano, un torchio, di solito alla fine c’è Rocco.

Il lavoro è questo: metti le vinacce nel torchio, giri, stringi. E da sotto comincia a uscire un filo di vino. Piano. Poi stringi ancora, e ne esce ancora un po’.

Poca roba, eh. Con settanta litri di partenza non è che ci fosse una montagna da spremere. Abbiamo fatto una sola passata.

Ma una sola passata sono stati altri quindici litri.

Quindici litri in più. Su settanta. Chiamali niente.

L’ho assaggiato. È diverso da quello tirato prima. Molto più amaro, sì. È il vino che stava attaccato alle bucce, e si sente.

Ma è sempre il vino mio.

E adesso che ci faccio, lo tengo da parte? No. Mettiamo tutto insieme. Il vino tirato e quello spremuto, nella stessa botte.

Come faceva nonno.

Spremitura delle vinacce: conviene? Dopo la svinatura le bucce trattengono ancora parecchio vino, e il torchio serve a recuperarlo. Il vino di torchio è più carico di tannini: più amaro e più ruvido. C’è chi lo tiene separato e chi lo unisce al resto, tutto o in parte, per dare più struttura. In una produzione piccola quei litri fanno la differenza: qui erano quasi un quinto del totale.